Il Palio dei Rioni Città di Pescia
Considerata da sempre parte del contado lucchese, nel 1339 Pescia passò liberamente e volontariamente sotto l’egida di Firenze. Si trattava della realizzazione di un sogno che l’immaginario collettivo attribuì all’intervento miracoloso di Santa Dorotea, che il calendario liturgico festeggiava il 6 di febbraio, giorno in cui pesciatini guelfi, dopo un esilio di venticinque anni, poterono tornare finalmente in patria.
Il giorno successivo, domenica 7, fece l’entrata in Pescia il primo podestà fiorentino. Negli statuti comunali del 1340 c’è una rubrica interamente dedicata alla festa in onore della Santa: il 7 febbraio era assolutamente vietato lavorare e ogni capofamiglia doveva partecipare alla processione che precedeva la Messa solenne in Santo Stefano, recando un cero di mezza libra (gr.170) da donare successivamente alla chiesa.
Anche il Comune faceva la sua parte finanziando l’organizzazione del Palio (detto Bravìo) che dei festeggiamenti profani era senz’altro il più spettacolare.
Nella settimana che precedeva l’evento, un incaricato, denominato Contestabile, si recava a Firenze per l’acquisto del premio, consistente in circa sei metri di panno scarlatto e di una banda di stoffa lilla, su cui, prima di essere cucita al panno, venivano dipinti il giglio di Firenze e il nostro Delfino. Egli doveva poi occuparsi dell’asta su cui issare il palio e del mezzo, carro o cavallo, con lo scopo di farlo ammirare anche prima della gara lungo le vie della Città.
Nel pomeriggio del 7 febbraio, dunque, dalla sede del Comune partiva un piccolo corteo composto dalle autorità, dai rappresentanti delle arti e dai musici (trombetti, pifferi, suonatori di cornamuse e, raramente, tamburini) che, per una sorta di esterofilia, venivano sempre reclutati fuori città. Seguivano i pochi concorrenti in sella ai loro cavalli maschi arabi, che erano le “fuoriserie” del tempo, e del carro su cui faceva bella mostra di sé il “cencio”. La sfilata era chiusa da un nugolo di ragazzi curiosi e invadenti, a cui venivano lanciate dal carro grandi quantità di nocciole.
I cavalli, proprio per l’indole nervosa, non erano montati dai facoltosi padroni, ma da giovani fantini, i quali, come al Palio di Siena, avevano dei buffi soprannomi del tipo Bruschino, Saltacampagna, Fringuello.
La gara si svolgeva “in lungo”, con partenza dalla zona Castellare e terminava in Piazza Grande, dove, su un palco allestito per l’occasione, sedeva la giuria. I concorrenti non partecipavano al Palio in rappresentanza di una parte della Città, come a Siena, ma sempre a titolo personale.
Mentre le manifestazioni religiose in onore di Santa Dorotea si svolgevano regolarmente ogni anno, il Bravìo veniva corso solo quando la situazione economica, politica e sanitaria lo permettevano. L’ultima edizione, che risulterà essere la più bella ed emozionante ebbe luogo nel 1526 con sette cavalli iscritti inviati da famiglie nobili pistoiesi, fiorentine, dal nostro Proposto e perfino da Lorenzo Cybo, nipote del Magnifico.
Alla sfilata parteciparono una quarantina di musici e cantori e, con il suo morello, il fiorentino Luca Libri si aggiudicò ben dieci metri di damasco rosso di notevole valore. Il palio, dunque non era il drappo dipinto di oggi, ma stoffa da cui ricavare abiti di una certa importanza alla quale, comunque, veniva cucita una infinità di nastri, fregi, cappi e bande dorate.
Incredibilmente questa memorabile edizione decretò la fine di una così lunga serie di palii. Era insomma l’epilogo di un’antica tradizione che da sempre rappresentava il volto popolare della passione, e lasciava il passo ad altre forme meno pericolose per l’incolumità di contendenti e spettatori e maggiormente teatralizzanti come la Giostra del Saracino.
La prima edizione di questa si svolse nel 1596 e l’ultima nel 1677. Il luogo della disfida era ancora la Piazza Grande, nella parte a sud ovest, dove ormai il suo lastricato a mattoni era irrimediabilmente danneggiato. Il pupazzo di legno, che ancora si conserva nel museo cittadino, non girava come quello di Arezzo. A gareggiare, in questo caso erano gli stessi proprietari dei cavalli, i soliti nobili. Vinceva la gara chi, con le tre “botte” a disposizione, riusciva a colpire con maggiore precisione sul suo volto. Per ovviare al pericoloso contraccolpo, le lance erano state preventivamente incise.
Cambiato il gioco, cambiarono anche i premi consistenti, questi, in oggetti d’argento che venivano assegnati ai primi tre classificati. Un premio speciale era assegnato al Masgalano (dallo spagnolo mas-molto, galano-elegante), cioè al cavaliere che si distingueva maggiormente nelle vesti e nel portamento in sella.
Con l’ultima giostra del 1677 si chiuse definitivamente il ciclo aureo di queste spettacolari manifestazioni. Fra Sette e Ottocento qualche corsa di cavalli, definita dalle cronache “paliaccio”, venne effettuata per particolari ricorrenze religiose, ma non per la festa di Santa Dorotea che aveva preso ben altri connotati.
Il Palio moderno nasce dalla felice intuizione di un gruppo di amici desiderosi di dare slancio al turismo cittadino e oggi è considerato l’appuntamento storico folcloristico più importante della Valdinievole. Le prime tre edizioni del Palio vengono disputate dalla “Compagnia arcieri di Lucca” i cui atleti gareggiano in rappresentanza dei quattro rioni.
La manifestazione, non avendo un riferimento storico, si disputa con arco e frecce, mentre Il “cencio” di cm.85×210, un tempo di damasco rosso, è di buona stoffa su cui ogni anno bravi locali dipingono scene che nel tempo hanno caratterizzato la vita della Città e il suo territorio. La prima edizione disputata con arcieri pesciatini avverrà il 6 settembre 1981 giorno di domenica.
La gara è preceduta da un bel corteggio, formato da circa 200 figuranti, che attraversa la Città tra due ali di folla incuriosita, per poi giungere in una Piazza Mazzini già invasa in modo incredibile di persone. La competizione è agguerrita, ogni freccia più o meno assestata è accompagnata da grida, incitamenti, evviva; sembra una gara con lontane origini storiche, una sorta di Palio senese, tanto la sfida è accesa e sofferta.
Con l’andare degli anni nei rioni si sentirà il bisogno di coalizzarsi, cosa che si concretizzerà con la creazione di un nuovo organismo la “Lega dei Rioni”, i cui membri, due ogni rione, hanno lo scopo di interloquire con l’Amministrazione Comunale e nel contempo lavorare affinché la prima domenica di settembre fili tutto perfettamente.
Ed arriviamo al presente: nei primi quattro giorni della settimana che precedono la gara ogni rione organizza una sua cena propiziatoria, allietata da cibi “medievali” e da spettacoli che si rifanno a quelli del lontano passato. Il venerdì è dedicato alla presentazione del “cencio” e alle belle coreografie eseguite da sbandieratori, spadaccini e tamburini, appartenenti ai quattro rioni.
La vigilia del Palio è riservata al concorso “La bellezza e l’eleganza della donna nel medioevo e rinascimento” a cui partecipano, oltre alla rappresentante locale e altre provenienti anche da molto lontano. Le concorrenti indossano abiti che per la sola realizzazione è stato necessario un’accurata ricerca storica e iconografica, oltre alla scelta delle stoffe e dei colori, seguite dal complicato confezionamento e da innumerevoli prove.
E finalmente si arriva alla domenica, giorno dedicato alla disfida. In città si respira un’atmosfera diversa e già di buon mattino c’è un viavai insolito di gente in Piazza Mazzini. Sono gli addetti all’organizzazione che stanno effettuando gli ultimi preparativi, mentre i contradaioli ritardatari si apprestano a mettere alle finestre le bandiere dell’amato rione. Dalla facciata del palazzo comunale pendono invece grandi stendardi con i colori dei quartieri contendenti.
Verso le 11, gli arcieri, ancora in abiti borghesi, fanno dei tiri di prova sulla pedana che dopo poche ore li vedrà protagonisti. I dirigenti stanno molto attenti alla mira dei loro preziosi rappresentanti, ma quasi mai chi si dimostra infallibile al mattino si ripete durante la gara. Il Palio, infatti, fa dei brutti scherzi anche ai più navigati, perché ti mette di fronte a una realtà completamente diversa da una normale gara sportiva.
Alle ore 15,00 precise, lo spettacolare corteggio storico prende l’avvio, per snodarsi poi per tutto il centro storico cittadino. Prima il gonfalone della Lega, poi quello del rione vincitore dello scorso anno, composto da numerosissimi figuranti, fra i quali spiccano per eleganza e leggiadria le sue belle dame, poi, uno alla volta, gli altri rioni anch’essi impegnati in una gara a chi riesce a stupire maggiormente lo spettatore. Questa è una fantasmagorica gara che, tuttavia, si esaurisce appena salgono in pedana gli arcieri, i veri protagonisti della giornata.
Durante la gara il tifo è alle stelle, la Piazza rimbomba al suono di cento tamburi e tutti gli occhi sono rivolti verso la freccia, la tua freccia e guai se non colpisci nel segno! La gara ha termine sull’imbrunire fra le lacrime di gioia o di delusione. Al rione vincitore spetterà il “cencio”, l’ambito trofeo con il quale è doveroso farsi immortalare in una foto ricordo.
‘Il Palio è come il giorno del matrimonio’ – ha scritto qualcuno – ’gli innamorati hanno passato i mesi precedenti la cerimonia concentrandosi nei preparativi, poi tutto si brucia in poche ore e non restano che le fotografie, oltreché l’amore, s’intende!’ – e così conclude –‘e i pesciatini hanno trovato la maniera di sposarsi una volta all’anno con questa passione’!
testo di Lando Silvestrini
