Il Salone degli Stemmi
A cura dell’Associazione “Quelli con Pescia nel Cuore”
Nei comuni italiani del XIII e XIV secolo si eleggeva il Podestà, magistrato unico che riconosce e legittima l’esercizio di un potere. Subentrava al Collegio dei Consoli, era forestiero e durava in carica per un periodo compreso tra i sei mesi e i due anni. Al termine del mandato, era tenuto a rendere conto del suo operato. Se il Podestà, per qualsiasi ragione, non avesse potuto esercitare direttamente la propria
funzione, poteva essere sostituito dal Vicario.
Alla morte di Castruccio Castracani, signore di Lucca,, avvenuta nel 1328, Pescia, che faceva parte del suo contado, era passata in pochi anni a diversi nuovi padroni: Ludovico il Bavaro, Gherardino Spinola, Giovanni di Boemia, i Rossi di Parma e Mastino della Scala.
Nel 1339 Pescia chiese e ottenne la protezione di Firenze. Con questo atto di sudditanza arrivano i primi Podestà e Vicari. I Podestà fiorentini iniziano già lo stesso anno con Berto di Stoldo Frescobaldi e Agnolo di Neri Alberti, fino al 1424 con Azzolino di Antonio Vettori. Dopo questo anno, la carica di Podestà viene riunita a quella di Vicario.
È curioso notare come negli anni dei Podestà e Vicari, particolarmente nel ‘400, insieme a nomi di famiglie importanti come Albizi, Portinari, Capponi, Strozzi, Pitti, Medici, Pazzi, Peruzzi, Salviati e altri, si trovino anche un Ghieri di Antonio, albergatore (1410), Piero di Bartolomeo, astaio (1414), Ligo di Bernardo, speziale (1417), Geri di Bartolomeo, staderaio (1418), Michele di Sandro, brigliaio (1424) e diversi altri.
Curioso, ma comprensibile. Scelti per le loro capacità e qualità morali, hanno svolto la loro funzione senza lasciare nessuna traccia se non nei registri di nomina. Molti altri invece, tra quelli che hanno ricoperto incarichi negli organi civili, penali e amministrativi del comune, per ragioni di censo o personali, hanno lasciato testimonianze in forme diverse e, spesso, il loro stemma.
Il termine stemma è sostituito in araldica con “Arma” o “Arme” e per la sua descrizione segue indicazioni, regole e un linguaggio particolare.
L’uso delle Armi si generalizza nel Medioevo. Anzi, l’araldica che le rappresenta può essere considerata come la codificazione iconografica del sistema feudale: una piramide sociale gerarchicamente definita, dove il cavaliere o il vassallo infeudato doveva essere riconosciuto e aveva quindi il diritto-dovere di scegliere una sua Arma, contrassegno d’onore, per far conoscere la vera nobiltà e distinguere le famiglie che la
portano.
Il palazzo nella sua lunga storia subito profonde modifiche e trasformazioni ma i segni del passato possono essere ancora letti nelle strutture architettoniche superstiti e nei tanti stemmi ospitati dalle sue mura: stemmi in pietra sulla facciata, altri sulla volta e sulle pareti di quello che è ora il Sacrario dedicato ai Caduti, altri ancora lungo le scale e in vari locali dell’interno. L’ambiente che conserva però la maggiore quantità di
testimonianze araldiche raccolte in un progetto organico volto ad enfatizzare la loro funzione rappresentativa, è il Salone del Consiglio.
La grande sala, che si affaccia sulla piazza e la domina dall’alto presenta due serie di stemmi di Vicari, alcuni più antichi e frammentari al di sopra di una cornice in finta pietra, come i Pitti (fasciato innestato d’argento e di nero), i Pandolfini (d’azzurro a tre delfini natanti, posti uno sull’altro), i Mazzinghi, rappresentati da una figura femminile con i seni ben pronunciati ed altri anonimi.
In alcuni punti compare il Delfino Rosso simbolo di Pescia. Sotto la cornice corre invece una fascia continua dipinta con altri stemmi di Vicari succedutisi tra il 400 e il 700.
In varie epoche gli stemmi dei Vicari erano stati dipinti in modo casuale sulle pareti della sala, poi, in occasione dei lavori che interessarono il palazzo a partire dal 1719, all’epoca del Vicario Giovanni Gori, si volle dare agli stessi, ridipingendoli sul nuovo intonaco, un certo ordine.
In questa fascia di gusto barocco gli stemmi sono accompagnati dal nome del Vicario e dalle date del suo mandato leggibili nei lambrecchini (nastri) e nei ricchi cartigli collocati in basso, in cui sono raccolte anche altre formazioni, come le attività svolte dal magistrato o il nome degli avi che l’hanno preceduto nella medesima carica. Il primo ad essere eseguito fu il grande stemma Gori, d’azzurro a due chiavi incrociate
d’oro legate di rosso, il più imponente della sala per la collocazione sopra la porta d’ingresso.
Esso ricorda nel cartiglio che il cavaliere Giovanni Gori ideò e iniziò l’ampliamento della sede vicariale, ma che, alla sua morte a soli 44 anni, fu il fratello Cesare Nicolao, suo successore nella carica di Vicario dal 1720 al 1723 a portare a termine i lavori del palazzo e la sua decorazione. La fascia decorativa fu realizzata dunque tra il 1721 e il 1723 dal fiorentino Giovanni Bonechi, per una spesa di 12 scudi, durante il vicariato di
Cesare Nicolao Gori, ridipingendo gli antichi stemmi distrutti nel corso della ristrutturazione dell’ambiente e lasciando gli scudi vuoti per i futuri Vicari, in un progetto organico che comprendeva anche la decorazione della volta.
Questa, come l’affresco dipinto su di essa, fu tolta nel 1954, perché pericolante e ora si trova a Firenze, nei magazzini della Sovrintendenza. Di curioso il fatto che, togliendo l’incannicciato della volta, comparvero per la prima volta gli occhi dei contemporanei quelli stemmi antichi dei Pitti e degli altri, occultati e quindi “salvati” con la costruzione dello stesso manufatto.
Tornando alle armi, le famiglie che se ne volevano fregiare, ma non avevano un fatto glorioso, un’impresa o un avvenimento a cui riferirsi, come invece vantavano i Pitti, i Capponi o i Medici, hanno da sempre attinto al loro cognome, dando origine alle cosiddette “armi parlanti” ritenute di rango inferiore a quelle simboliche, perché prive di un passato illustre. Esempi classici sono i Della Scala (una scala) a Verona e i
Colonna (una colonna) a Roma.
Il Delfino, che la scienza araldica considera un pesce, ad esempio è diventato dal 1339 il simbolo della nostra città anche se interpretato in modi diversi.
Nel 300 la città, allora guelfa, e l’affermarsi del dominio francese, portarono al Delfino d’oro in campo azzurro seminato di gigli d’oro. Successivamente resta il simbolo e cambiano gli smalti. Quello attuale, stabilito con Decreto del Capo del Governo in data 25 aprile 1929, è al delfino di rosso in campo d’argento, posto in palo, sormontato da una corona a sette punte visibili, d’oro.
Altre città più o meno importanti hanno armi parlanti: Firenze un fiore, Torino un toro, Pontedera un ponte, Agliana un capo d’aglio, Carrara la ruota di un carro… In questa sala, oltre all’insegna comunale, sono armi parlanti quelle dei Peruzzi (sei pere) dei Portinari (una porta) dei Grifoni (un grifone) dei Mazzinghi (tre mazze) dei Serafini (un angelo serafino) dei Lucarelli (una testa di lupo).
I Vicari dunque mano a mano che si succedevano nella carica avevano uno scudo vuoto a disposizione ma il regolamento prevedeva che gli stessi dovessero pagare l’esecutore dello stemma e rimborsare la quota parte delle spese occorse al momento del primo impianto. Tuttavia, riscuotendo annualmente dal Comune ben 2050 lire, contro le 370 del medico, le 180 del maestro, le 150 del Cerusico e le 30, rispettivamente del mantenitore dell’orologio e del becchino, se lo potevano permettere!
A cura dell’Associazione “Quelli con Pescia nel Cuore”
