
Chiesa di San Francesco
A cura dell’Associazione “Quelli con Pescia nel Cuore”
“Folgorato dalla Grazia divina, dopo aver cambiato la cintura e gli speroni dell’elegante cavaliere con la corda e i sandali dell’eremita, attraversata la fiorente Valdinievole, ai primi di ottobre del 1211, giunse a Pescia Francesco d’Assisi, umile servo e seguace di Cristo, per attuare qui, come altrove, la pacifica silenziosa rivoluzione, nell’audace intento di riportare il costume cristiano alla purità delle origini”. (L. Wadding, Annales Minorum).
La tradizione vuole che san Francesco prima di proseguire alla volta di Pisa, ove ebbe come discepoli il Beato Agnello degli Agnelli e il Beato Alberto, si fermasse nell’ottobre 1211 per tre giorni a Pescia, gradito ospite del ricco e pio mercante Venanzio degli Orlandi, il quale gli fece dono di un piccolo oratorio e di una casupola, perché vi stabilisse un convento per i suoi frati. Il Santo, preceduto dalla fama di pacificatore, giunse a Pescia, travagliata, come altre città, da discordie tra comuni, dalla violenza e
da contrasti interni ed esterni e, accogliendo il dono del conte Venanzio degli Orlandi, fece venire due frati da Firenze affinché si prendessero cura dell’oratorio al quale, probabilmente, era annesso un ospizio. La chiesetta “disgiunta dalla terra ferma quanta è la lunghezza di un ponte sul fiume Pescia, che da essa la divide” era situata nella parte settentrionale della città, in luogo detto “Giocatoio”. La realizzazione del
“ponte san Francesco” come venne chiamato e distrutto dai tedeschi in ritirata nel settembre del 1944, si rese necessaria perché sull’altra sponda il piccolo insediamento francescano diventava sempre più polo di attrazione spirituale e caritativo.
L’oratorio di cui parliamo, oggi, fa parte dell’attuale chiesa ed era situato tra la cappella della Concezione e quella della “Corda Pia” o Cappella Cardini. Il piccolo oratorio venne quasi subito ampliato dallo stesso Venanzio Orlandi quando Gregorio IX innalzò San Francesco alla gloria degli altari. Molte famiglie pesciatine come gli Obizzi, i Mainardi, i Torrigiani concorsero alla sua realizzazione.
Sappiamo che intorno al 1241 fu certamente avviata la costruzione del grande convento e dell’edificio ecclesiastico. Il 28 agosto 1364, in questa chiesa, alla presenza dei legati papali del generale dell’ordine francescano e degli ambasciatori di Lucca e Pisa, fu stipulata la pace tra le due potenze.
Al suo interno la chiesa di chiara estrazione goticizzante mostra molte opere d’arte; la pianta è a croce latina e il transetto è caratterizzato dalla presenza di due altari in pietra e splendide tele. La prima cappella a sinistra fu costruita tra il 1453 ca. e il 1458 per volontà dei fratelli Antonio e Giovanni Cardini; il disegno dell’originale arredo è attribuito a Filippo Brunelleschi, mentre esecutore è Andrea di Lazzaro Cavalcanti detto il Buggiano, allievo e figlio adottivo del maestro.
Al centro, al di là della bellissima mensa in porfido a cinque zampe, si trova il crocifisso quattrocentesco in stile fiorentino che rimanda all’attività di Giuliano da Maiano (Maiano 1432- Napoli 1490), mentre la colorazione del simulacro fu eseguita da Neri di Bicci. Nella parete di fondo si trova la pittura ad affresco del 1458 sempre di Neri di Bicci che mostra i committenti in preghiera e in alto un delfino e una testa di
cavallo, rispettivamente simboli araldici di Pescia e Colle Val d’Elsa, quest’ultima città di origine dei Cardini.
Gli stemmi di Pescia, il Delfino e dei Cardini, i due cardi incrociati (due nel fronte dell’arco esterno e sul secondo gradino dell’altare) vengono definiti “parlanti”, in quanto richiamano al nome della città e della famiglia. Da notare che in araldica il delfino è considerato un pesce, per cui Pescia ha scelto il “pesce” più nobile ecc…
L’altare si richiama alla “Trinità” dipinta da Masaccio in Santa Maria Novella a Firenze.
La seconda cappella è detta dell’Immacolata Concezione (sec. XVI), oggi dedicata ai caduti della prima guerra mondiale. Lì sono esposte opere di grande pregio come la trecentesca statua della Vergine con bambino che il 13 aprile 1506, vigilia di Pasqua, avrebbe dato segni miracolosi che richiamavano gli uomini a una condotta di vita più virtuosa, fatta di penitenza e di carità verso il prossimo. Il 20 aprile dello stesso anno si sarebbe costituita la Compagnia della Misericordia, che si prefiggeva di assistere gli infermi, di vegliare e pregare con i condannati a morte la notte precedente al supplizio oltre alla vestizione e alla sepoltura dei defunti.
La stessa cappella custodisce una copia di Alessandro Bardelli che illustra una Pietà da Ludovico Cardi detto il Cigoli. Sempre del Bardelli è la coperta che un tempo chiudeva la tavola di san Francesco di Buonaventura Berlinghieri.
L’opera pittorica più nota che si trova nella chiesa francescana è appunto la tavola del lucchese Bonaventura Berlinghieri che illustra S. Francesco con sei storie ai lati. La pittura del 1235 è stata più volte restaurata; fu infatti riscoperta integralmente nella metà dell’Ottocento. Essendo stata eseguita nove anni dopo la morte del Santo, è da presumere che lo stesso artista l’abbia conosciuto in vita. Da notare che si tratta della rappresentazione più antica e più nota al mondo del Santo con le stimmate.
Sugli altari del transetto sono esposti: a destra, la cappella di S. Carlo Borromeo con la bella tela di Rodomonte di Pasquino Pieri, allievo del Cortona; a sinistra la cappella della famiglia della Barba, sull’altare voluto da Messer Pompeo della Barba, archiatra di Papa Pio IV, circondata da una bella cornice in pietra serena, la cinquecentesca tela di Iacopo Ligozzi che rappresenta il martirio di S. Dorotea (santa patrona della città)
- L’elezione della Santa era avvenuta nel 1339, quando Pescia, dopo aver subito fin dalla sua nascita l’opprimente e vessatoria attenzione di Lucca, del cui contado faceva parte, e successivamente di altre Signorie, era passata sotto l’egida fiorentina. Poiché la nuova, volontaria sottomissione aveva avuto il suggello il sabato 6 febbraio, fu deciso di ringraziare per il suo intervento l’entità celeste che il calendario liturgico ricordava quel giorno: Santa Dorotea, appunto.
A Santa Dorotea di Cappadocia, 279 – 311 d.c. fu chiesto di fare sacrifici agli dei e poiché, a differenza delle sorelle Crista e Callista, apostate, si rifiutò perché di fede cristiana, venne condannata a morte mediante decapitazione. Sulla strada del martirio trovò tal Teofilo, il quale le chiese ironicamente che gli mandasse dal giardino del suo Signore sposo mele e rose, cosa che avvenne per mano di un bambino che comparve con il cesto durante la preghiera prima della decapitazione.
Teofilo si convertì al Cristianesimo e successivamente subì la stessa sorte di Dorotea.
Una reliquia della Santa, giunta a Pescia nel 1561, è custodita in Santo Stefano. Sotto la mensa dell’altare si vede l’affresco cinquecentesco del Cristo morto, probabilmente dello stesso Ligozzi.
In prossimità dell’altare, poste in verticale, si trovano le lastre tombali di alcuni componenti della famiglia Obizzi di Pescia, che con l’ingresso dei Fiorentini, nel 1339, scelsero l’esilio perché appartenenti alla fazione dei Ghibellini.
Le tre cappelle sono ornate da affreschi; Sull’altare della cappella di sant’Anna è collocato il noto trittico di Nanni di Jacopo pistoiese (sec. XV) che rappresenta Sant’Anna metterza fra i santi Simone, Taddeo, Lorenzo e Domenico (terza in gerarchia dopo il Bambino e sua Madre). Nella cappella centrare di patronato della famiglia Obizzi sono visibili resti di affreschi di Antonio Vite (1388), nonché la tela seicentesca del miracolo della Mula di Antonio Martinelli. La cappella Nucci è ornata
con affreschi dei primi anni del secolo XV dalla scuola di Lorenzo di Bicci; nella parte centrale è visibile il transito della Vergine. Il campanile fu eretto tra il 1718 e il 1719 su disegno di Carlo A. Arrighi.
L’arcone ogivale che separa il transetto dalla navata presenta affreschi trecenteschi, riferibili agli artisti che lavorarono nelle cappelle del transetto; esso riprende le medesime decorazioni sopra tali cappelle.
Sul lato opposto si trova l’altare Serponti, del XVI secolo, con la grande tela del San Carlo Borromeo in preghiera di Rodomonte Pieri e Francesco Nardi (1642).
Nella vicina sacrestia si conserva la Crocifissione ad affresco di Antonio Vite, databile
alla fine del Trecento.
Sulla parete sinistra si trova la Deposizione del Passignano (1595), già nella chiesa della Misericordia; a destra invece il Martirio di san Bartolomeo di Giovanni Imbert (1760). A sinistra una piccola porta affaccia sulla cappella Stiavelli, con un San Francesco settecentesco, con una particolare veduta di Pescia.
La cappella maggiore, detta degli Obizzi, fu restaurata negli anni trenta del Novecento quando vennero trovati gli affreschi di Antonio Vite, databili al 1388 circa e raffiguranti gli Evangelisti negli spicchi della volta e frammenti di una Strage degli innocenti e altre scene. La parete di destra mostra una tela del 1632 circa, il Miracolo della Mula di Giovanni Martinelli, che narra di come, dopo una discussione con un eretico di Rimini riguardo alla presenza di Cristo nell’eucarestia, Sant’Antonio offrì l’ostia consacrata a una mula che si inginocchiò in adorazione sebbene fosse digiuna e con
la biada accanto e sul lato opposto una copia di un dipinto bolognese intitolato Miracolo di sant’Antonio da Padova, databile all’inizio del Settecento.
Sui pilastri esterni si trovano poi i santi a tutta figura di Benedetto (questo frutto dei restauri neogotici) e Antonio Abate . Le vetrate a colori sono degli anni trenta del Novecento.
La cappella a destra dell’altare maggiore era della famiglia Nucci-Salutati e presenta un ciclo di affreschi di Bicci di Lorenzo, del primo Quattrocento. Essi sono dedicati alla vita di Maria, con al centro, sopra l’altare, il frammentario Transito, dove si vede la Madonna distesa durante la “dormitio” e Gesù dietro di lei che ne tiene l'”animula”, rappresentata come una bambina. I colori vivaci e la ricchezza di dettagli rimandano alla cultura tardogotica. Nelle vele della volta si trovano gli Evangelisti.
Le storie sono completate dall’episodio dell’Incoronazione posto al di fuori della cappella, sopra l’arcone.
Due le curiosità poste all’esterno della chiesa: sulla parasta in pietra serena sulla destra entrando la scritta “1608 l’olmi”. Ciò ricorda come in quell’anno i frati fecero tagliare degli olmi presenti davanti la chiesa, nonostante il divieto imposto dal Comune, con cui andarono in causa.
La seconda è una pietra con la scritta “refecta che ricorda come nel 1567 venne rifatta la facciata e parte dell’interno della chiesa.
A cura dell’Associazione “Quelli con Pescia nel Cuore”
